mercoledì 26 giugno 2019

Zero waste e frugalità

(in foto...un'autoproduzione fatta in treno)

Da qualche tempo si sente insistere spesso sul concetto di zero waste.
Ma cos’è questo famigerato ‘zero waste’? Letteralmente è ‘zero spreco’. Di tempo, di immondizia, di plastica usa e getta…ma soprattutto di soldi.
Per chi ama la filosofia di vita frugale, è normalità assoluta essere a zero spreco. La frugalità è proprio l’essere sobri, minimalisti, capaci di temperanza, l’essere produttivi…e sì, sicuramente lo spreco in questo stile di vita non è contemplato! ma chissà, forse il termine frugalità piace meno per la sua connotazione da quaccheri poco modaioli...
Ma quanto si risparmia ad essere zero wasters, per gli amanti dell’italiano “non spreconi”? per capirlo meglio mi sono iscritta alla rete Facebook per capire i capisaldi di questi personaggi ormai alla moda.
Allora siete pronti?… se volete essere zero wasters dovete…
 
  1. Cominciare a bere acqua del rubinetto
  2. Tagliare l’usa e getta! No ai fazzoletti di carta, vaschette di alluminio, tovagliolini di carta…
  3. Portarsi la sportina della spesa
  4. Comprare il più possibile sfuso
  5. Usare spazzolini in bambù
  6. Riparare ciò che è rotto
  7. Congelare le porzioni in più di cibo in contenitori rigidi
  8. Ritornare alla moka
  9. Acquistare meno
  10. Autoprodurre ciò che si può
 
E sapete qual è la cosa bella? Che da brava ‘frugalistah’ già facevo (quasi) tutto, ad esclusione dello spazzolino in bambù …che diciamocelo, non è poi così facile da trovare!

  • Per il resto potete scegliere acqua del rubinetto, ma anche delle casette dell’acqua ormai molto diffuse sul territorio italiano, utilizzando la tessera sanitaria o pochi centesimi potrete fare scorta idrica. Per non parlare di quanto sono fashion le borraccette d’acqua di alluminio, che ‘uscite dalla borsa’ scintillando abbagliano molto più della bottiglietta di plastica che fa scaldare il liquido e chissà cosa diavolo rilascia…
  • L’uso del ‘non usa e getta’ è poco diffuso invece. Devo dire che molte persone anche in ufficio mi guardano stranite quando tiro fuori le mie posate d’acciaio, o il fazzoletto di stoffa…e menomale che non aprono la pochette dove fa bella mostra di sé l’assorbente lavabile!  eppure secondo me usare beni durevoli è proprio un piccolo lusso alla portata di tutti. Perché usare – a costo più alto – le posate di plastica che oltretutto possono rompere i rebbi della forchetta e diventare pericolose? Perché mettere cellulosa e plastica sulle parti di pelle più delicata (come naso o …altro )…? La stoffa è molto più morbida. Le vere posate e i veri piatti, molto più piacevoli. E tutto sommato visto che non laviamo a mano, ma con la lavatrice …dov’è il problema di utilizzare quelli? E nessuno osi dire cose tipo: “eh ma anche lavando si impatta sull’ecosistema”. Certo. Anche respirando si produce anidride carbonica, quindi? Smettiamo di respirare? …il punto è cercare soluzioni praticabili. Un detersivo poco impattante sull’ambiente, magari sfuso, magari usato in quantità minime, magari con ingredienti biodegradabili, non avrà mai lo stesso impatto di un prodotto usa e getta magari in plastica, che si decompone in secoli.
  • La sportina della spesa è un must, specie se si lavora un po' lontani da casa. Parto la mattina con frutta, schiscetta per il pranzo, varie ed eventuali nella sportina…e a seconda della piega che prende la giornata  la sportina finisce ripiegata in borsetta o resta lì, riempita magari della frutta dell’orto urbano con cui collaboro, di qualche acquisto...ma mi accompagna sempre.
  • Comprare sfuso invece è un punto in cui voglio migliorare. Sì, frutta e verdura li compro sfusi…e mi sono organizzata con una collega per comprare le retine di Naturasì, che consentono di aggirare il sacchettino di mater bi (che bello, sì, compostabile…ma una volta appiccicata l’etichetta in carta chimica – che compostabile non è – comunque è andato tutto a vacca, ivi compreso lo smaltimento della mater bi. Che è un rifiuto da qualsiasi parte vogliate girarla). Però ci sono negozi che vendono anche pasta sfusa, riso, legumi, frutta secca…ma io non li trovo. Dove siete? dove vi nascondete? perché non proliferate in tutta Italia?
  • Spazzolini in bambù…niente, anche qui. Ma dove si trovano? Vietato rispondere ‘online’. Grazie al ca…ppero, quando si compra online c’è un citrullino che salta su un furgone e vi porta a casa due spazzolini. Di bambù, va bene, si decompongono. Ma sempre due spazzolini per i quali sono state spese spedizioni aeree e trasporto su gomma e imballo cartaceo/ plasticoso. Cioè alla fine quei due spazzolini di bambù avranno inquinato pure loro!!! Nel frattempo sto tenendo botta con lo spazzolino tradizionale, sperando che presto si diffondano gli spazzolini di bambù anche nei negozi di vicinato…
  • Riparare – e qui, va benino. Il mio impedimento è…mio marito, che spesso mi dice “beh, ti costa più riparare questo oggetto che comprarlo nuovo!”. Cosa che a volte è pure abbastanza vera. MA c’è il tema dell’affetto. Amare gli oggetti che si hanno, viverli con amore, curarli...questa cosa va ben oltre all’andare ed acquistare, sia pure conferendo all’isola ecologica quel che è rotto per il riciclo dei pezzi di ricambio. Dove ho mano libera (come risuolare le mie scarpe, aggiustare la zip della giacca o la fodera della borsa) cerco di aggiustare sempre ciò che posso. C’è un po’ più di conflitto se è un bene domestico, ma per fortuna qualche volta riesco a spuntarla io.
  • Congelare le porzioni in contenitori rigidi – qui il discorso degli zero wasters è: evitare il sacchetto da congelatore. Ma secondo me – e non me ne voglia nessuno – usarli è demenziale. DEMENZIALE. Se cucino una porzione di riso in più e posso portarla al lavoro, chiaramente preferisco metterla subito in una schiscetta che mi faciliti il trasporto verso il lavoro. 4 foglie di basilico stanno meglio conservate in un vasetto (magari di yogurt riciclato) che in un sacchettino di plastica. Ma che ce ne si fa di ‘sti sacchettini dalla consistenza di profilattico usato? Boh. Sono proprio scomodi.
  • Ritornare alla moka. A me le cialdine di nespresso piacciono solo per una cosa: si possono riutilizzare per fare i gioielli. Punto. Ma la moka è un’altra poesia. È profumo, è il borbottio che ti chiama in cucina, è la convivialità di dividere la tazza. È andare per mano con la mia bimba a comprare il caffè in grani alla torrefazione, farmelo macinare sul momento mentre lei e gli altri bimbi presenti in negozio sgranano gli occhi, è il pacchetto in borsetta che la fa profumare per giorni, anche se l’ho messo nel barattolo appena portato a casa. È svuotare il fondo su un piattino…e dividere equamente il tutto con le piante del mio giardino: un po’ a loro come fertilizzante e un po’ a me come scrub anticellulite.  E devo dire che funziona bene in entrambi i casi.
  • Acquista meno. Nessuno, nessuno vi dirà mai che liberazione sia imparare ad acquistare meno: nella nostra società acquistare è utile, è necessario, è un dovere sociale (“Fai girare l’economia!” vi dicono amici e parenti credendosi simpaticizzzzzimi). Non è così. Non è vero. Comprare, comprare tanto quanto ci dicono di comprare è un costume devastante non solo per l’ambiente ma soprattutto per la vostra psiche. Li ho avuti anche io come riti settimanali: il sabato dello shopping, il giro al centro commerciale la domenica con il fidanzato/marito, lo shopping ristoratore del dopo giornata stressante in ufficio, ‘ch’è stata una giornata di melma e me la merito una nuova borsa/paio di scarpe / gonna/ saDiocosa’. E appena l’attimo dopo, è svanita la gioia. La borsa è dozzinale, serve solo a intasare un armadio già fin troppo pieno. O peggio ancora è di gran firma, ma il vostro conto in banca ne ha già avuto abbastanza dei vostri "momenti no" quel mese e andrete pure in rosso appena pagata la rata dell’affitto. Dovrete nasconderla nell’armadio per un po’ perché se la becca vostro marito saranno pure discussioni…Chissà, forse se risparmiate sul cibo…e poi magari sulle scarpe, per una volta mica vi si rovineranno i piedi se comprate una scarpa dozzinale dal negozio cinese no??? Diventa un circolo vizioso fatto di debiti, di oggetti che vi tolgono l’aria, banali, che quasi odiate perché vi ricordano la volta che il vostro capo vi ha fatto lo shampo solo perché aveva litigato con la moglie e voi – per riprendervi – vi siete fumate nel giro di 5 minuti metà busta paga. Un circolo di cibo di origine dubbia comprato di corsa, solo per avere tempo di andare a comprare abiti di bassa qualità perché i precedenti si sono bucati, e con l’ansia di consumare troppa benzina nel tragitto tra un negozio e l’altro perché la carta di credito chiede pietà e…STOP. Stop perché sto girando il dito nella piaga, e sto tirando fuori dal mio personale dimenticatoio ricordi spiacevoli da cui, per fortuna, sono fuori da un po’. Oggi la mia terapia antistress post giornata brutta è una bella passeggiata lunga, magari nel verde, o nel quartiere a respirare i profumi di casa. Qualche volta incontro un conoscente per far due chiacchiere, ma spesso è bello star sola e pensare ai fatti miei. È tornare a casa e spazzolare il gatto, che dopo una seduta vigorosa mi fa le fusa riconoscente. È una doccia calda col sapone profumato e un massaggio con la mia crema corpo autoprodotta, è fare i biscotti o il pane o lo yogurt con mia figlia. È provare nuovi accostamenti coi miei 37 vestiti che stanno già nel guardaroba. È comprare una bella pianta aromatica per il giardino, chiacchierando con la signora simpatica del consorzio agrario, annusarla per tutta la strada e darci dentro con la paletta appena tornata a casa. È ascoltare musica. E sono tutte cose gratuite, che fanno sentire molto più rigenerati nel corpo e nello spirito rispetto a buttare soldi dalla finestra. Perché finalmente comprare diventa quello che deve essere: una scelta pensata, consapevole, di cose utili e in linea con le cose che davvero vogliamo nella nostra vita. E cominciamo ad apprezzare davvero gli oggetti che compriamo: la pianta aromatica. L’acido citrico per far l’ammorbidente. Il caffè macinato fresco. Il foulard vintage del mercatino dell’usato. La cannella per i biscotti. Ed è giusto amare ciò che compriamo, perché lo compriamo con soldi per i quali abbiamo barattato il tempo di cui è fatta la nostra vita. E il tempo alla fine è la cosa più preziosa che abbiamo...
  • Autoprodurre ciò che si può. Non è un caso che poco fa citatofuori alcune cose che mi piace comprare e che considero oggetti particolarmente degni di stima… per esempio l’acido citrico e gli olii essenziali che mi hanno regalato tante soddisfazioni, come quello del profumo fresco e durevole di menta sui miei panni stesi al sole. O il piacere di stendere la crema corpo fatta in casa con olio di mandorla e olio essenziale di lavanda. O struccarsi con un po’ di automassaggio con olio di girasole. O mangiare i miei biscotti alla cannella a colazione, intinti nel caffè della torrefazione. O il senso di freschezza del deodorante all’olio essenziale di eucalipto. O usare la mia borsa da palestra fatta di un vecchio jeans dismesso. O indossare una maglietta su cui ho cucito io stessa le decorazioni…Insomma voglio dire che fare da sé è un’altra cosa. Non sono solo i soldi ma potrei dirvi che se ne risparmiano davvero, davvero tanti. Non è solo la monnezza…anche se pensandoci, con poco olio in vetro, polvere contenuta in sacchetti di carta e due o tre boccettine ho evitato tanti flaconi di plastica, e tanti giri alla piattaforma ecologica, potrei dirvi di quel certo piacere di vedere i bidoni semivuoti, di poter portare fuori l'indifferenziata molto meno volte. Ma più di ogni cosa il'autoproduzione è la gioia di usare qualcosa di unico e artigianale, qualcosa che proprio per questo è prezioso. E penso che questo valga molto più del risparmio o del valore intrinseco dell’oggetto.

venerdì 7 giugno 2019

Svuota l’armadio


Questa primavera ho festeggiato i miei primi 3 anni di guardaroba capsula. Ho cominciato durante la gravidanza, 3 anni fa, per riuscire a essere presentabile in ufficio senza trovarmi a spendere un patrimonio per gestire una situazione tutto sommato transitoria…avevo già letto diversi articoli ispirati al Project 333 di Courtney Carver (vi consiglio la sua pagina fb Be more with less, altamente motivante per chi cerca una vita meno densa di cose e più di significato). La cosa mi aveva fatto dire “ma va’…impossibile!”…per poi diventare pian piano un “perché no?”

Mi sono messa alla prova e …non solo si può fare ma è molto, molto più divertente e creativo che non fare shopping continuamente! Far quadrare i conti per 3 mesi con un armadio di 33 pezzi (lo ammetto, io di solito ne uso 37…mi piace di più come numero) è stimolante, ti spinge a sfruttare tutto, ma proprio tutto quel che hai, anche con abbinamenti del tutto impensati.

 

Ma uno degli aspetti importanti per me è stato anche diventare più capace di leggermi dentro: capace di capire se quel pezzo che poi mi sono trovata a mettere di malavoglia non mi piace più, o semplicemente non è più adatto al mio stile di vita…o alla mia età (non ho mai avuto le cosce di Kate Moss, ma con l’ingresso negli anta e la gravidanza alle spalle quelle cosciotte sono più molli…e mi chiedono un po’ di pudicizia e gentilezza in più!)

 

Per questo ho imparato a badare a cosa, a fine stagione, non ho mai sfruttato. Se per tre mesi ho fatto a meno della gonna fru fru, forse è arrivato il momento di pensionarla, modificarla o…

Che si fa della gonna frufru che non metti più?

Opzione 1: se vecchiotta e malmessa, e ormai non più amata…la puoi tenere da parte e darla ai negozi che sempre più spesso organizzano campagne di raccolta degli abiti usati. Ad esempio OVS raccoglie ora gli abiti che non amate più, e per ogni sacco di abiti riceverete un buono sconto da 5 euro da usare su una spesa di almeno 40 euro. Se OVS non incontra i vostri gusti, sappiate che periodicamente Kiabi organizza una campagna di raccolta in collaborazione con la onlus Humana, e che anche Intimissimi indice campagne di raccolta per la biancheria intima (a proposito, devo rottamare i reggiseni!)

Opzione 2: se si è abili con ago e filo, si può provare a modificare. Questa è un’opzione valida soprattutto se vi piace il tessuto, la gonna è vissuta ma ancora ‘portabile’ e l’unica cosa che vi fa storcere il naso è la lunghezza, o il fatto che magari sia un po’ larga. Personalmente però valuto sempre quanto ‘il gioco valga la candela’, se la gonna vi piace ma non vi convince fino in fondo, se la modifica sarà costosa e richiede la manodopera di una sarta forse può valere la pena passare all’opzione 3…o 4!

Opzione 3: vendete il capo. Questa è un’ottima opzione soprattutto se: il capo è firmato e può avere una buona rivendibilità, è in buone/ottime condizioni e a voi proprio non piace (o non piace più). In questo caso, personalmente consiglio il mercatino dell’usato: portate i vostri capi e li dimenticate lì, salvo passare di lì a qualche tempo o attendere che vi contattino per comunicarvi la vendita. È bene però mettere in conto che si guadagna poco, sicuramente meno del previsto: chi frequenta i mercatini anche come acquirente sa che i capi lasciati in conto deposito per più di 60 giorni vedono ulteriormente decurtare il proprio prezzo. Quindi quell’abito che a voi è costato 200 euro, arriva a essere messo in vendita a 100, e a voi toccheranno solo 50 euro…ma dopo 60 giorni arriverete a 20 euro…e via dicendo. Se in vendita mettete un abito costato a voi 30 euro, capite che riuscite alla fine dei conti a portare a casa 3 euro è andata ancora bene. Ciò nonostante lo trovo apprezzabile rispetto a tenervi in casa degli abiti che non portate più e che vi rubano spazio, ossigeno e possibilità di riporre meglio gli abiti che davvero amate, portate e volete conservare. La vendita  in particolare è qualcosa che apprezzo molto rispetto ai vestiti di Pannolina. Per lo più gli abiti di Pannolina mi sono già arrivati di seconda o terza mano, ma in alcuni casi sono ancora così in buone condizioni che ci realizzassi pure un euro a capo, li riutilizzerei almeno di arricchire il suo guardaroba per gli anni a venire (col passare del tempo gli abiti delle amichette / cuginette vengono sfruttati più a lungo e arrivano da noi più difficilmente, perché non sono più in ottimo stato)…

Opzione 4: donate! Ai parenti, agli amici se sapete che possono apprezzare (soprattutto per i bimbi i vestiti smessi sono una mano santa per i portafogli, e da tenere in considerazione visto quanto velocemente i piccoli cambiano taglia dei propri vestitini). Ma anche alle associazioni benefiche. A voi torna spazio nell’armadio per far ‘star comodi’ i vestiti che decidete di tenere, e seriamente: quel pantalone che a voi non piace o non dona più può diventare un grande aiuto per qualcuno più in difficoltà. Chiaramente i vestiti devono essere comunque mettibili: ok un piccolo rammendo nascosto, ma voi lo indossereste un pantalone tutto rattoppato? Ed è giusto mettere una persona più povera nella condizione di dire ‘o questa minestra o salto dalla finestra’? siate pietosi, non metteteli in condizione e passate alle opzioni 5 o 6.

Opzione 5: riusate. Quella maglietta macchiata di vostro marito può diventare uno straccio. Il collant smagliato potete tagliuzzarlo e usarlo come spago per legare i pomodori o il sacco dell’immondizia. Se siete bravi con ago e filo, quel jeans sdrucito può diventare tante cose diverse: la sacca porta tappetino da pilates, o anche uno zainetto per il nido per Pannolina. Un cuscino patchwork. Una bustina portapenne. Insomma…se il tessuto è buono e l’abito è solo irrimediabilmente strappato in un altro punto, potete salvare qualcosa dalla discarica e risparmiare voi qualcosa che altrimenti dovreste comperare.

Opzione 6: riciclate. Le parti di tessuto rotte o rovinate possono essere riutilizzate: esistono centri che si occupano del recupero delle fibre tessili. Se avete visto il documentario ‘the true cost’ sapete che l’industria tessile è tra le più impattanti e inquinanti al mondo. Non possiamo permetterci di chiudere gli occhi di fronte a questa realtà. Ne va della nostra salute, e di quella dei nostri figli. Gli abiti, le scarpe non devono prendere mai semplicemente la via del bidone dell’indifferenziata, ma devono essere comunque conferiti negli appositi bidoni gialli.

…in merito all’opzione 6: non è tutto oro quel che luccica. I vostri abiti hanno vissuto a lungo con voi, li avete usati bene, li avete smaltiti correttamente. E nonostante tutto sappiate che potrebbero finire, vostro malgrado, ad alimentare un mercato dove finiranno per essere rivenduti a un prezzo spropositato in Africa, da parte delle associazioni mafiose. Come si esce da questo problema? …comprando meno. Semplicemente. A tutto vantaggio del vostro portafoglio, ma soprattutto a tutto vantaggio dell’inquinamento, dello spreco zero di risorse.

martedì 9 aprile 2019

del piangere miseria

Era davvero tanto che non pubblicavo, ma ultimamente mi sono successi alcuni episodi che mi hanno spinto a fare un post filosofico sulla vita semplice, e soprattutto sui vizi di oggi.
Una collega con cui spesso vado dalla fermata del treno all'ufficio mi ha raccontato, lacrime agli occhi,  di avere rotto l'auto. Conoscendo la zona in cui abita, poco servita di mezzi, e la sua situazione familiare non rosea mi sono offerta di mettere in campo le mie conoscenze di famiglia per aiutarla a trovare una buona auto per 1000 euro...
sempre con le lacrime agli occhi mi ha risposto "1000 euro io non ce li ho". Sono rimasta colpita perché...accidenti,  davvero un piccolo fondo per le emergenze non ce l'hai?? però non volevo giudicare anzi...semplicemente ho parlato con mio marito se fosse possibile farle un piccolo prestito,  visto che noi in fondo emergenze lo abbiamo e che dovremmo aiutare il prossimo.  Lui serafico mi ha risposto "aspetta una settimana,  osserva...e se poi avrà bisogno magari ti chiederà ".
Passa una settimana,  vedo la collega. il primo giorno mi racconta di aver prenotato una crociera coi ragazzi:"un'offerta imperdibile e poi bisogna costruirsi dei ricordi ".
mah.
due giorni dopo racconta a un'altra collega di aver ceduto e acquistato una "borsa bellissima,  era in saldo, solo 100 euro!"
mah.
dopo una settimana mi faccio coraggio e le chiedo:" e è la tua macchina? "
"ah!" risponde serafica"ne ho presa una nuova, full optional! "
"e per i soldi che non avevi?"
"beh finanziamento con garante mio padre".

ecco.
potrete dirmi "beh ma lei si gode la vita"
io vi rispondo che solo per avermi fatto preoccupare per un suo non-problema l'avrei dovuta prendere a schiaffi.
Non-problema perché- dopo una sola settimana- la circostanza che l'aveva fatta piangere e perdere dignità di fronte a me era più che superata,  sepolta da borse è vacanze di lusso...mentre io mi preoccupavo sincera.
Il lusso secondo me è la libertà di dire "avrei voluto usarli per altro  ma posso far fronte alle emergenze" senza far inutili sceneggiate che fanno pensieri al prossimo.
...e voi? siete più cicale o formiche?
preferite una dignitosa semplicità i o un lusso ostentato e vuoto?

giovedì 24 gennaio 2019

Gennaio, tempo di propositi felici -2


Ho scritto l’altra volta tra i miei propositi felici i miei personali s- propositi: quel che non faccio più per campare più felice.

Oggi parlo invece di quel che aiuta, qualcosa che rende quindi più felice.

In particolare:

Organizzarmi l’agenda : il cosiddetto bullet journal è bellissimo. Una cosa che, se lo cercate su youtube, vi fa venir da dire “figoooo”. Ecco,  tutto vero. La verità è che basta meno. Molto meno.

Nessuna necessità di un’agenda firmata da 30 euro. Basta un quadernetto o un’agenda di Tiger, la mia è una giornaliera pagata 3 euro, di un color fuxia sgargiante, e funziona benissimo…anche per il morale, visto che mi fa vedere la vie en rose ogni volta che la tiro fuori dalla borsa. Bastano anche meno colori: uso la classica 4 colori di Paolo Bitta 😊. Scrivo in nero gli impegni e gli appunti, in blu le cose di cui sono grata quel giorno, cerchio in blu il mio ‘spazio kakebo’, uso il verde per gli obiettivi della settimana e gli appuntamenti sociali, il rosso per gli aforismi che mi ispirano e per fare le spunte sulle cose fatte. Trovo utile usare i colori perché spunta subito all’occhio la categoria per cui ho scritto certe cose.

Scrivo le cose che voglio comprare nel mese, il memo delle verdure di stagione, il menù della settimana, l’elenco delle faccende domestiche quotidiane, settimanali, mensili e annuali. Scrivo l’elenco degli abiti della mia capsule wardrobe. Scrivere così tanto mi aiuta a far diventare i propositi degli impegni, delle abitudini quotidiane. Una volta che ‘è scritto’, non farlo mi pone davanti a una mancanza, a un ‘avrei dovuto’, a un senso di colpa: per una volta posso sfruttare il senso di colpa in modo positivo, perché significa che non ho fatto qualcosa per me. E avere sott’occhio gli elenchi di abiti e faccende mi aiuta a tenere sotto controllo, anche da lontano, quello che c’è da fare, a prendermi cura di me, della mia casa e delle mie cose, della mia famiglia.

Organizzare l’armadio mio e di Pannolina: ormai sono un po’ di anni che uso il metodo del project 333: un armadio limitato a 33 pezzi (io mi sono fatta dispensa, di solito ne uso 37 che è un numero che mi piace di più) da utilizzare per 3 mesi. Al cambio di stagione si ruota con il resto degli abiti, diligentemente accantonato in scatole. In questo modo mi sembra di avere un guardaroba completamente nuovo, tirare fuori gli abiti dalle scatole ti fa ritrovare vecchi amici ma con un senso di novità, ti suggerisce nuovi accostamenti che prima non osavi. Inoltre usare un numero limitato di vestiti ti impone, per forza di cose, di utilizzare abiti abbinabili tra loro e solo quelli che più ti piacciono. Se avete questo timore: no, sono anni che lo faccio e nessuno si accorge che porto gli stessi abiti. Nessuno mi dice “ah ma questo lo indossavi lo scorso martedì”. La verità è che qualcuno ha messo in giro questa voce per farci spendere di più 😉…e che se lavate regolarmente i vostri capi (cosa obbligatoria, visto che ne avete pochi e non potete permettervi di avere le macchie in bella vista) gli altri noteranno solo quanto vi sentite bene nei vostri panni.

Inoltre è più facile prendersi cura di 37 abiti, lavandoli con cicli delicati o a mano, prendendosene cura con il piegarli bene, piuttosto che di un numero sterminato di vestiti, che inevitabilmente sarai costretta ad ammassare per mancanza di spazio, stirare più spesso (leggi: logorare) perché l’ammassamento leva spazio, impazzire a ricordare quanti abbiano bisogno di una rinfrescata e quanti no, per poi finire sopraffatti, infilarli in una lavatrice a caso e …sbagliare lavaggio (questa è la mia autobiografia fino a qualche anno fa).

Ora applico lo stesso metodo anche a mia figlia, che però ha una cinquantina di abiti perché può sporcarsi più spesso. Anche questo è utile per tenere meglio gli abiti, e inoltre siccome ricevo spesso abiti da amiche che li dismettono per i propri piccoli, mi aiuta a tenere solo quelli che preferisco…e gli altri li posso girare ad altre persone che possono averne bisogno.

Fare i turni abiti: questa è un trucco per ‘logorare tutti gli abiti’ allo stesso modo. Fare dei turni per mettere gli abiti (tipo: lunedì pantaloni, martedì gonna, giovedì vestito…) aiuta a far sì che tutti gli abiti possano essere sfruttati allo stesso modo. Chiaro, ognuno deve creare un metodo a seconda delle sue abitudini, gusti e impegni, ma aiuta ad avere cose logore e abiti nuovi che restano in sempiterno chiusi nell’armadio. Inoltre aiuta ad avere sempre il tempo di fare il bucato e asciugarlo senza problemi. Tenere un elenco scritto aiuta anche ad avere sott’occhio cosa potete sfruttare.

Chiedere aiuto, per favore: quest’abitudine è una vera sfida…sono la terza figlia, mia mamma mi ha avuta non più giovanissima, quindi fin da piccola mi sono abituata a chiedere il meno possibile perché sapevo che la pazienza dei miei era già a dura prova. Ho fatto anni a correre, correre, cercare di far tutto da me…e ho trovato un marito bravissimo, ma che onestamente NON capisce i carichi di lavoro domestico e familiare. Non li vede. Non rileva la differenza tra polvere e non polvere, disordine e non disordine, un cesto di bucato colmo o vuoto, una bambina bisognosa di bagnetto o meno…ho dovuto vincermi. Ho dovuto far notare. Che facesse ‘il furbo’ fingendo di non vedere oppure no, la mia salute, la mia pazienza, la mia famiglia aveva bisogno del suo contributo. E quindi, ora chiedo. Chiedo di portare fuori la spazzatura, di ritirare o stendere i panni, di fare il bagnetto alla nostra piccola. E mi adatto se certe cose non sono proprio come vorrei, pazienza: almeno sono fatte e non ho dovuto pensarci io. Chiedo alla nonna se può star lei con la piccola, mentre vado a far la spesa o altro: per quanto ami mia figlia ci metterei molto di più con lei.

Chiedo aiuto a mia sorella, se ho bisogno di una babysitter e di una serata fuori.

Chiedo, semplicemente. Non ottengo sempre, e mi dispiace, ma devo provare almeno per la mia salute mentale.

Ritagliare. Ritagliare tempo dai tempi morti, e in questo l’agenda e il pendolarismo aiutano.

Il tragitto a piedi fino alla stazione? È il momento giusto per telefonare ai parenti, agli amici. Il momento di attesa del treno? Posso controllare le offerte del supermercato e pensare al menu settimanale e alla lista della spesa, che appunto sul cellulare. Sul treno posso finalmente concedermi il tempo di leggere. Il caffè del mattino è tempo per l’agenda. L’attesa in posta o alla cassa del super è quella in cui penso a ciò che va comprato in sostituzione di qualcosa di rotto, ai vestiti da preparare per il giorno dopo…e tutto questo è tempo non più perso, ma guadagnato perché mi semplifica la vita.

Pensare diverso. Il problema è solo imparare a pensare diverso. Hai sempre portato la gonna a pieghe col maglioncino, ma oggi quest’ultimo è a lavare? Chi l’ha detto che non puoi provare con la camicia jeans? hai sempre fatto quella strada per andare al lavoro, ma oggi è bloccata? Magari facendone un’altra scopri che vicino all’ufficio c’è un ufficio postale poco frequentato, in cui perderai meno tempo. Le abitudini fanno risparmiare tempo e fatica mentale, ma per ritagliare tempo e imparare a sfruttarlo bene, ho imparato a rompere ogni tanto la routine e scoprire se c'è qualcosa di nuovo, che mi aiuta a fare nuove migliorie alla mia giornata.

mercoledì 9 gennaio 2019

Gennaio, tempo di …propositi felici!


Si dice che gennaio sia il momento dei buoni propositi. Gli anni mi hanno insegnato che – volenti o nolenti – ci sono prove e momenti difficili dietro l’angolo, così il buon proposito dell’anno per me è uno solo: essere felice.


Dici niente, esclamerai tu lettore.

Eh no, chiaro che è difficile. Per questo ho deciso di condividere qui le cose che – sperimenta e sperimenta – ho capito che funzionano per me…e che mi aiutano a sentirmi meglio.   

  1. Smettere di aspettare di essere qualcos’altro. Tipo: una taglia 38, una mamma -bis, una donna in carriera con uno stipendio degno, una proprietaria di villetta indipendente… per un semplice motivo: tutto ciò potrebbe non accadere mai. C… che dramma. Certo, suona macabro e portasfiga, ma qualcuno deve dirlo: potrei morire anche stasera, stanotte, domani. Nessuno sa quanto tempo gli rimane…Magari altri 80 anni. Ma se così non fosse? Siamo tutti malati terminali, in fondo. Chi lo è davvero, è forse più conscio di una realtà fondamentale: non è importante essere belli, nemmeno magri, nemmeno ricchi, nemmeno trendy. È importante stare bene nell’anima e nel corpo, fare ciò che ci entusiasma e ci diverte e ci fa sentire che stiamo dando uno scopo alla nostra giornata, stare con le persone a cui vogliamo bene e che già sono al nostro fianco, prenderci cura di loro.
    Tutto il resto è noia (no non ho detto gioia ma noia noia noiaaa)   
     

2. Smettere di adeguarmi al modello di qualcun altro. Vedi sopra. Banali esempi tratti dalla mia vita personale: ho una taglia 46. Qualche volta 44, più spesso 46. Potrei essere più magra? Claro que sì. Cosa mi costerebbe tutto questo? Boh.

Ma la domanda è: dovrei odiarmi/rimproverarmi/biasimarmi/inginocchiarmi sui ceci perché non entro (più) in una 42? Dovrei guardare con occhio critico a me stessa solo perché il mio sedere è molto più grosso di 10 anni fa? La verità è che nemmeno 10 anni fa quel sedere piccino piccio' (beh, rispetto a ora…😊) mi soddisfaceva, anche perché c'è sempre un sedere più piccolo del tuo. La verità è che questo corpo ha conosciuto il dolore fisico di due raschiamenti dell'utero, di un parto, la fatica fisica di 20 mesi di allattamento e di alzarsi alle 6 del mattino per tenere pulita casa, lo stress dei mal di testa frequenti (per la frustrazione lavorativa) e il mal di reni per aver messo a dura prova il mio corpo. E quindi no: non ho nessuna intenzione di guardare male quel sedere cicciotto.  Ho più voglia di prendermi per mano, farmi i complimenti per come combatto le mie battaglie e prendermi cura di me, perché me lo merito. Chi stabilisce che vali tanto quanto la larghezza del tuo Qlo non ha la verità in tasca: più probabilmente è uno che non sa nemmeno quali sono le priorità della vita, e di sicuro è qualcuno che non usa gentilezza nel giudicare gli altri.  E seriamente: serve a qualcosa uno così, nella vita?

3. Smetterla con i “si deve”. È stato uno dei Natali più leggeri di sempre perché ho eliminato tutti gli impegni non desiderati. Avete presente quelle persone che non vedete mai, ma a inizio dicembre se ne escono con “dobbiamo assolutamente vederci prima di Natale!”…perché? vuoi rifilarmi un regalo – paccottiglia che intaserà la mia casa ( e di cui non sento il minimo bisogno)? Senti il bisogno di mettere a posto la coscienza e mettere la tacchetta sull’agenda che dica “anche quest’anno l’abbiamo fatta fuori”? …se per tutto l’anno non senti il bisogno di avermi nella tua vita, a Natale vuoi vedermi perché “siamo tutti più buoni”?...io non voglio che tu mi veda perché ti vuoi sentire buono ( …ti faccio pena?)…io voglio vedere gente che mi consideri un valore aggiunto nella sua vita. E questo vale 52 settimane all’anno, non solo quella prima di Natale. Smettere di adempiere questi ‘finti doveri’ vi esime da: correre dalla zia che non vedete mai / mandare auguri  a catena (perché non sapete quale augurio sincero esprimere a chi non vedete mai) / evitare di comprare candele alla vaniglia in serie (che ‘magari non è il suo profumo ma la candela fa sempre Natale’)/ amareggiarvi constatando che il figlio dell’amica che non vedete mai ha sì 6 anni, ma la maglietta che gli avete comprato gli va bene sì e no su un polso (e d’altra parte non vedendolo mai come potevate sapere che sta crescendo con la taglia di un giocatore di rugby 28enne?) / evitare di passare un’intera serata a scambiarvi sorrisi di circostanza con colleghi con cui non andate nemmeno troppo d’accordo… e potrei continuare. Vi ritroverete il tempo in più per fare regali di Natale mirati e pensati, per passare più tempo con le persone a cui tenete, per cucinare i biscotti con i vostri bimbi / nipoti, per le maratone di film di Natale, per le passeggiate…

Applicate questo approccio per tutto l’anno. Dodici mesi. 52 settimane. 365 giorni senza ‘finti doveri’. Calcolate l’infinito tempo in più che vi ritroverete senza magoni, noie, tempo sprecato a soffocare sbadigli e malumori. Quantificate le occasioni di gioia, di amicizia, di riposo e tranquillità che potrete ritrovarvi al contrario. Ci saranno dei malumori?  Gente che non capirà? Critiche? Il punto è che per voi le persone ‘dei finti obblighi’ già non contano nulla. Ammettetelo almeno con voi stessi. È davvero fondamentale non contrariare la collega a cui dite no per l’aperitivo di ufficio? È davvero necessario andare a visitare quel parente che per tutta la vostra infanzia si è fatto i fatti suoi, solo perché è Pasqua? La gente importante, quella che per voi c’è stata e continua ad esserci, voi sapete qual è. La vita è breve, il tempo è poco. Non perdetelo, regalatelo a chi lo merita.

Beh, finora abbiamo detto cosa bisogna “smettere di”…fare.

Nella prossima puntata invece (dal 21 gennaio in poi) vi racconterò i miei personali metodi per “essere più felice”.

A presto! 😊

martedì 17 aprile 2018

dure lezioni di shopping (e risparmio)

1. i SOLDI MEGLIO INVESTITI SONO QUELLI CHE NON SPENDI IN ABITI CHE NON METTI. in passato compravo un sacco di abiti "che...boh, magari poi trovo l'occasione". o scarpe col tacco,  proprio io che mi trovo bene all'altezza dei Puffi.  che senso ha?! meglio rimanere con il rimpianto di un abito in meno che con spazio occupato in più, meno soldi in portafoglio e quella sensazione di rimpianto che si prova ogni volta che si apre l'armadio e si pensa "ma quando ho acquistato questo,  esattamente,  che  problema avevo?!"
2. NON TUTTO È PERDUTO!  la frittata è fatta, avete comprato una ciofeca. ma potete: a. riportarla in negozio dicendo che l'amica per cui l'avete comprata ha cambiato taglia. si può mica cambiare?  oppure b. portarla al mercatino dell'usato.  se va bene guadagnerete 70 centesimi,  ma almeno non c'è più il problema spazio e rimpianto.  infine c'è la soluzione c.: scambiare con qualche amica o regalare.  la generosità paga sempre, prima o poi qualcosa torna.
3. USATO È BELLO. al suddetto mercatino dell' usato potreste trovare qualcosa a basso costo e carino. ma anche la sorella che ha cambiato taglia,  l'amica incinta, la cugina che ha cambiato gusti sono fonti di vestiti rinnovabili.  non abbiate remore, nell'accettare abiti di seconda mano. certo se sono palesemente larghi o non di vostro gusto...ma se sapete che in caso contrario prenderanno la via del bidone accettate, e alla peggio portate al mercatino dell 'usato.  almeno l'ambiente vi ringrazierà di non aver messo in circolo altra monnezza.
4. OGNI 4 CAPI BASIC, CI VUOLE UN CAPO FRIVOLO. avete la maglietta bianca, il jeans blu, il maglione beige e il vestito nero. È tempo di cintura rossa! costa poco ma ravviva un abbigliamento monastico.

mercoledì 7 marzo 2018

cazzatario di febbraio

Cose che ho visto…
The minimalists
Documentario su Netflix che fa da manifesto al minimalismo, allo scegliere consapevolmente di avere meno per vivere in modo più pieno. Bellissimo, girato magistralmente. Conforta in una scelta che sto lentamente abbracciando (sì, per poracciaggine, specie all’inizio… ma anche per riflessione, dettata soprattutto al benessere sperimentato nell’esperienza di avere meno), e che continua a sembrare in salita nel confrontarmi con altri…pur quando mi riempie di gioia al pensiero di quante cose l’acquistare meno, il perseguire meno il possesso, mi sta regalando.

Cose che ho dato giù di testa per …
Stranger Things
Un bagno di anni ’80: un mix di Goonies, Stand by me, Phenomena, Bella in Rosa. Di motivi e citazioni razionali per amare Stranger Things ce ne sono a bizzeffe, ma diciamocelo: Stranger Things mi piace perché mi piace! Anche quando mi fa immaginare demogorgoni ovunque.



Cose che ho fatto…
Corso fidanzati e costumi di carnevale
Come ogni anno da quando mi sono sposata  ho aiutato la mia parrocchia nell’organizzazione del corso prematrimoniale. Sì, diciamocelo, non è che abbia molto da dire! Però preparo dispense e gadget carini, tipo questa molletta ricordo per i fidanzati.
Inoltre il mio Mr T si è dato alla partecipazione di carri di Carnevale di Stars Hollow, tema ‘pirati’. La family ha deciso di fare un travestimento di famiglia, e mentre Mr T faceva la versione ‘figotrendy’ di  Capitan Uncino, io e Pannola ci siamo vestite da Trilly e Peter Pan. Chiaramente i costumi li ho fatti io! Viva il feltro…

Cose che ho letto…
Omero gatto nero

Dolcissimo libro prestato dalla maestra del nido dei sogni di Pannola (che è una gattara! Che è una librofila!...sì, è valsa la pena impoverirsi per iscrivere Pannola da loro)
Omero è un trovatello, dalla vita tutta in salita, specie quando un’infezione lo priva della vista. Viene adottato da Gwen, proprietaria di due micie e single dal lavoro precario, che arriva a stravolgere la propria vita pur di avere accanto Omero…compreso un trasloco a New York proprio nei giorni dell 11 settembre 2001. Mi ha profondamente colpito il racconto della protagonista, così come delle sue peripezie per riuscire a recuperare i mici…ho pianto senza ritegno sul treno. Insomma “mi sono divertita, ho pianto tanto”.

Cose che famigliano…
Crema al muschio


Trovare il regalo di Mr T per San Valentino sul tavolo della cucina, accanto alla tazza del caffè. Uso molto volentieri questa profumosa e ricca cremona, che mi ricorda il bene del maritino.

giovedì 30 novembre 2017

gente che fa il Black Friday, gente che fa la corona dell'Avvento decrescente


Avete mai visto la corona dell’Avvento?
È una bellissima tradizione, diffusa nei paesi nordici, che vuole abituare soprattutto i ragazzi / bambini all’attesa del Natale, festa della Luce, con la luce delle candele. Si usano 4 candele, una per domenica di avvento, più una che rappresenta il Natale.
Ogni candela ha un significato e corrisponde a una domenica di avvento, la prima è detta del profeta; la seconda di Betlemme; la terza dei pastori; la quarta degli angeli. Altri dicono che le candele rappresentano Speranza, Pace, Gioia e Amore. Si accende ogni domenica una nuova candela perché la luce vinca sulle tenebre: usare rami sempreverdi intrecciati a racchiudere le candele serve a indicare l’unità e la vittoria sulla morte.
Beh, da noi si usano anche i calendari di avvento pieni di dolci cioccolatini, però Pannolina è un po’ piccola per abbuffarsi di cioccolato: in compenso è sempre strafelice ogni volta che vede accendere una candelina di compleanno, per cui …accontentiamola!
Ho creato la nostra corona dell'Avvento a partire da materiali riciclati o trovati a costo zero o quasi, ossia:
- una base di tronco di legno (mio suocero ha potato il ciliegio...)
- un lungo pezzo di nastro avanzato da due o tre Natali fa
- fil di ferro ricoperto di rosso (recuperato dal pane in cassetta)
- un pezzo di ramo di pino (tra quelli che fanno ombra alla mia macchina Chupacabra al parcheggio della stazione)
- 4 candeline tea light al profumo vaniglia, recuperate al Millaliraro vicino al lavoro (leggi: quei negozi 'tutto 1 euro'): costo 1.20€
- tre decorazioni chiudi pacco, a forma di bacca sempre prese al Millaliraro: costo 1.80€
- pignette recuperate all'inizio dell'autunno al parco, raccolte da Pannolina
- colla a caldo.
Coi rami di pino ho assemblato una corona, che ho unito coi pezzetti di fil di ferro. L'ho legata alla base di legno col nastro bianco, facendo dei fiocchetti. Per mascherare il fil di ferro ho infilato dentro le finte bacche.
Sulla base ho poi incollato con la colla a caldo le 4 candele e le piccole pigne.
E voilà!
L'abbiamo realizzata in casa nel week end del black friday. Visto che Pannolina aveva febbre e mal di gola ci siamo tappati nella nostra Catapecchia, e abbiamo passato il tempo tra coccole e creatività.
Vederle spalancare gli occhioni (finalmente non più lucidi di febbre) la sera di domenica, quando ho acceso la prima candela della nostra corona...Non ha prezzo. E mi ha dato più di qualsiasi (pur fruttuosa) maratona da centro commerciale.
Chiaramente mi ha fatto riflettere parecchio su quanto spesso corriamo su e giù affannandoci per il Natale...quando Natale è qualcosa di realmente diverso da una festività commerciale.

mercoledì 22 novembre 2017

Natale: non aprite quel pacchetto


Comincia il Natale e la corsa ai regali.
E qui sento la necessità di raccontarvi come la vivo io, poveretta, declutteratrice, minimalista, decrescente…insomma, vi racconto il mio punto di vista sull’intera vicenda Natale e Consumismo.

Mi sono accorta che poche cose mi lasciano svuotata come accorgermi, la mattina di Natale, di quante cartacce e roba inutile siano entrate a casa mia a riempire e ingombrare. Vogliamo parlare dei litri di bagnoschiuma irrinunciabili allo zucchero filato, della consistenza del detersivo piatti? Ma quelli almeno si possono riutilizzare come sapone mani o shampo per auto! Il peggio invece è il ciarpame da cucina. Ho ricevuto un numero abnorme di tazze natalizie. Ecco, secondo me non esiste in assoluto una cosa più triste della tazza natalizia. Tipo che è febbraio e bevi il thè nella tazza con la renna. PERCHE’ deve esistere una cosa del genere? Mi replicherete: “puoi usarla solo a Natale”. Ha senso possedere una cosa usata SOLO a Natale, e che non è una decorazione tipo albero o presepe? Seriamente, no, io non ci trovo senso. Il numero inusitato di infusori per il thé? Ora, secondo voi io ho cinque minuti per farmi un thè. Cos’è più plausibile, che prenda una bustina di thè equosolidale Coop e la lasci in infusione o che prenda quell’ottimo thè a fogliette aromatizzato curcuma zenzero karkadè cicoria (giuro che almeno una volta nella vita ho trovato ciascuno di questi ingredienti nel thè), lo
infili nell’infusore, lo metta a bagno, lo tolga e mi metta a combattere col sacchetto dell’umido per infilarci tutte le fogliette appiccicose, lavi l’infusore e finalmente beva il thè (che già era di dubbio gusto prima, ora che è tiepido fa proprio senso)?
Ecco, brave.
Quindi cosa dovrei farmene di tutti ‘sti infusori, tazze natalizie, thè a fogliette (questi li riutilizzo per deodorare la lettiera al gatto…è sicuro che a casa mia scadono) o peggio ancora delle sciarpe blu, che mi sta da cani, dei borsalino viola, che quando mai?, delle papere di gesso…
Ho ricevuto tutto. Vi giuro, di tutto di più.
A un punto tale che posso redigere un regolamento di cosa NON regalare.
 I suddetti materiali da thè. Il soggetto del regalo è un monaco zen? E allora state toppando quasi sicuramente.



(tazze di Bergamo. Se ne può fare a meno? Se ne può.)


Abiti: molta, mooolta attenzione. O sapete per certo cosa porta di preferenza una persona, o se secondo voi le starebbe tanto bene un maglione viola, la degna prosecuzione della frase sappiate che non è “…e quindi glielo regalo”, ma “…e quindi mi tengo la mia opinione”. Punto. Non affollate l’armadio altrui di qualcosa che in fondo non sapete nemmeno se mettereste voi. Non c’è niente di più brutto di aprire un armadio e sentirsi in colpa perché “zia mi ha regalato il maglione, almeno una volta dovrei metterlo…” mentre ogni poro della Ferragni in ognuno di noi grida no.
 Attrezzi da cucina che NON sapete se hanno bisogno. Se vostro cognato va a vivere da solo è molto probabile che non sia provvisto di una caffettiera da 3 per quando lo andrete a trovare. In caso contrario, sappiate che quelle tazzine a pois che per voi sono un amore, magari un altro le preferirebbe con la fantasia a galline…
Libri o film: ci sta se sapete che la persona in questione è un lettore o cinefilo. Ma assolutamente assicurarsi di imbroccare, almeno in minima parte, il gusto della persona: niente di più brutto che scartare un harmony perché “tanto tu leggi”. Allora, a questa stregua, tanto vale regalarmi le etichette del bagnoschiuma. Tanto io leggo…
I soprammobili: ecco, questo no. Proprio no, continuamente NO. La casa è il posto dove ciascuno di noi si merita di essere circondato da cose scelte e amate, direbbe l’amica Marie Kondo. Mi spiace ma pretendere di piazzare nella casa altrui un qualsivoglia ammenicolo, sia pure con la scusa “ma non eri tu a far la collezione di elefanti coi pantaloni alla zuava? Eccotene uno in gesso”, mi pare un’intrusione dello spazio altrui. 
I regali dei bimbi. E qui diventerò impopolare. Certo, Natale è la festa dei bambini e spero che ogni bambino abbia la possibilità di avere almeno un regalo per Natale. Però credetemi, e lo dico da mamma: l’ennesima cinesata che intasa i 50 mq dove magari si vive in tre, che fa battere il cuore della mamma al pensiero delle vernici tossiche, che scassa i timpani al padre con le musichine a diecimila decibel è francamente evitabile. TANTO evitabile. Fate un regalo a voi, ai genitori, al bambino (che non ha bisogno di trovarsi la camera intasata di giochi), alle discariche: se ci tenete a fare un pensiero al bimbo rivalutate i colori, l’album da disegno, i libri, magari una maglietta o un pantalone (che mia figlia ad esempio si sporca come un tagliaboschi ogni volta che va al nido e un cambio in più fa comodo). O magari un ingresso al parco divertimenti, un biglietto per il cinema se è più grande.  A volte “una telefonata salva la vita”, chiamate la mamma e chiedete: “se compro a Pannolina un cavallo di legno a grandezza del cavallo di Ilio faccio bene?”…perché è probabile che la risposta sia no!!!
E vige la regola...non regalare agli altri quel che non vuoi sia rifilato a te.
COSA NON VORRESTE MAI TROVARE SOTTO L'ALBERO?

giovedì 16 novembre 2017

Quell’autunno poverello che riscalda i cuori


Stiamo ormai scivolando verso il Natale, e così potremo considerare archiviato l’autunno…almeno ‘psicologicamente’.
L’autunno è stata a lungo la mia stagione preferita, per i nuovi inizi che porta con sé: l’anno scolastico nuovo di zecca, i quaderni profumati di nuovo, qualche felpa che s’aggiungeva all’armadio (rigorosamente di seconda mano da qualche cugina, buttava così anche al liceo ☹), le foglie che crocchiano sotto i piedi, saltare nelle pozzanghere con gli stivali di gomma, la pioggia che lava via la polvere d’estate…
 
Tant’è che prima a Natale mi sentivo un po’ malinconica e la mia festa preferita restava Ognissanti -_- (bambina allegra, eh?)
Crescendo ho imparato ad amare anche tutte le altre stagioni, giusto l’inverno mi sta un po’ sul Qlo – dal 7 gennaio in avanti – ma questa è un’altra storia.
Resta però vero il fatto che adoro l’autunno, col suo carico incredibile di cose belle, poverelle ma belle, e quelle emozioni pacioccose che sa evocare (oggi come oggi fa moda tradurre emozioni pacioccose con ‘emozioni hygge’, ma questo blog è per la difesa dell’italiano, usa poco l’inglese…e figuratevi perciò il danese).
E adesso vi faccio una bella carrellata di pacioccosità a costo zero…o bassino come un nano da giardino, che mi fanno amare l’autunno.
1. La zucca. Mamma che buona la zucca, costa pochissimo e dà un profumo e un sapore ai piatti che fatti in là. Basta un pezzetto, e la classica minestrina fatta col dado diventa una festa di sapori. Da quando mi sono sposata, e il cucinare è diventato il mio quotidiano, ogni anno approfitto per una nuova ricetta: dagli gnocchi di zucca, alla pasta con pancetta e zucca, al risotto…quest’anno è toccato al farro con crema di zucca, curcuma e ceci: fate rosolare curcuma, zucca a tocchetti e rosmarino il olio d’oliva, aggiungere ceci e acqua, far bollire e passare al mix. Condire con questa crema il farro bollito. È buonissima!
Sempre per i graditi ritorni d’autunno: i cachi, belli spappolosi, magari da gustare con pezzetti di cioccolato fondente. I crauti viola, in insalata o bolliti
magari con un goccino d’aceto di mele …che buoniii! …le clementine, che sono la droga di Pannolina (se vede un mandarino in mano a mamma o papà, molla qualsiasi cosa e viene a condividere – leggi: ti ruba tutto il frutto). E poi la tradizione d’autunno…camminare con il cartoccio di caldarroste sotto i portici di Saronno. Ed è subito cibo paciocco. E poi da noi c’è la polenta! Magari col sughetto di funghi o i pezzetti di formaggio…e la cassoeula, un piatto
a base di verza e maiale che fa rabbrividire (i non autoctoni di disgusto, noi lombardi di piacere!)
2. I primi freddi. Ditemi quel che volete, ma tirare fuori la copertina pesante, accoccolarsi sul divano per una serie tv, tenersi vicino gatti, marito e figlia per un pieno di abbracci non ha prezzo, e non si può fare ad agosto: fa caldo! (sarà mica un caso che concepito la figlia ad novembre…) Ed è bello pure tirare fuori la giacchetta, i collant e la sciarpona e smettere di preoccuparsi per la ciccetta sulle braccia!

3. I vinelli. Chè “a San Martino, ogni mosto si fa vino”, e quindi si approfitta per trovarsi a casa propria o di amici a condividere un assaggio da una buona bottiglia, far 4 chiacchiere, e se c’è la stufa accesa…si scaldano le castagne o gli amaretti, così sono più croccanti. Oltre a sentire quel fantastico profumo di legno bruciato…
4. Cambiare il guardaroba capsula! Questo ormai succede un po’ ogni 3 mesi nella mia vita, ma trovo particolarmente bello quello autunnale perché in primo luogo, il mio colorito risalta particolarmente coi colori tipicamente autunnali come marrone, verde, ocra, arancio. E poi ricevo sempre il frutto del cambio armadi di sorelle e cugine ‘sprecone’, facendo così shopping gratuito.
5. Passeggiare con la mia bimba e mio marito sulle foglie croccanti, fra gli alberi gialli. Che meraviglia!
E voi, cosa amate dell'autunno?
...lanciate le vostre autunn-idee a costo zero!

lunedì 13 novembre 2017

Il costumino della recita di Natale

Questa è la storia di un orrido maglione da falegname, e di come realizzò il sogno di una bimba.
Pannolina è una bambina davvero solare, sempre sorridente e paciosa, con una spiccata indole agricola… (tutti i giorni si incarica di spargere il becchime alle due gallinelle del nido dei sogni). Anche per questo le maestre hanno stabilito di darle la parte della contadinella nella recita di Natale. Però hanno bocciato il vestitino a fiori che le avevo dato come costume della recita di Natale: “è da contadina ricca! Non hai qualcosa di marrone, da bracciante poverella?”
ORA: va bene accettare anche vestitini di seconda mano da amici e parenti, ma francamente quando mi danno una busta con abiti per Pannola, faccio una rigorosa cernita, quindi NO, non ho abiti da poveraccia per mia figlia!
Però…
Però ho un orribile maglione di MR T, una roba veramente brutta brutta che utilizzava in laboratorio perché “tiene caldo”. Quando si è bucato, ha avuto la faccia tosta di chiedermi di rammendarlo. La mia risposta è stata un bel pile della Decathlon, che va bene tutto ma devo continuare a guardarti senza aver male agli occhi.
Mr T però ha la psicosi antidecluttering, fosse per lui dovremmo tenere sempre tutto. Con buona pace di Marie Kondo, ho trasceso la regola di non buttare la roba altrui e quando non mi vede…butto eccome! Oppure, per venirgli incontro, cerco di riutilizzare. Ecco, il suddetto maglione era riutilizzato come imbottitura del pouff in salotto. Lo recupero dall'interno del suddetto pouff (pazienza, è rimasto un po' più sgonfio...)
Mando una foto dell’horror sweater alle maestre per avere l’ok sulla fantasia: è questa l’idea di povertà che vogliamo dare?
Sì!
Ecco quindi cos’ho fatto…
Dal margine basso del maglione (cogliendo quindi il bordo lavorato a costa per evitare di smagliare eccessivamente il tutto) ho tagliato un rettangolo lungo circa 60 cm e largo 18. L’ho tagliato dal bordo laterale, fronte retro, così è bastato fare una cucitura sul bordo rendendola un ‘tubo’. In alto, per far passare le braccine, ho lasciato due tagli laterali di circa 8 cm. Sopra ho orlato, davanti e dietro, facendo passare un pezzo di fettuccia rossa di 15 cm di lunghezza. E voilà, ecco lo scamiciatino: si fa passare dai piedi della piccola, e si annodano le due fettucce con un fiocchetto per farne delle spalline. Un paio di collant di lana rossa, e un lupetto rosso, completano la mise da contadinella povera.
Non ho foto del risultato finale, ma lo schema seguito, adattandolo lievemente, è quello dell’abito ricavato dalla federa di cuscino.

Le maestre sono rimaste così entusiaste che per un attimo ho temuto di dover fare la costumista ufficiale! l'unico problema è che Puzzolo si è impadronito dei rimasugli di maglione, che è diventato la sua nuova coperta della nanna - si vede che tiene caldo davvero. Ora chi glielo spiega che va buttato via? (no, davvero...è troppo brutto!)